Il Carnevale in Basilicata
La Basilicata, è stato detto, è un insieme di isole che vorrebbero
essere arcipelago, un arcipelago che è la eredità culturale che ci deriva
soprattutto dai canti popolari, dalle parole, dalle "cose", dagli oggetti
di fissione storica. E questo voler essere arcipelago, cioè una identità
ben definita, che pure esiste ma che varie implicazioni di carattere
storico, politico e geografico hanno travisato ed ostacolato, questa
identità ci viene ben evidenziata da pochi studiosi di tradizioni popolari
(Professore Enzo Spera dell'Università di Napoli e il Professore Noviello
nel suo studio "Canti popolari della Basilicata")
che hanno condotto attenti e scientifici studi sul campo, interpretando,
per proporci poi le riflessioni su questa unica identità culturale.
Tra questi studi emergono quelli effettuati sui carnevali dei paesi di Basilicata tra questi è importante porre in luce un particolare tipo di carnevale che tra canti e suoni di "cupe-cupe", conferisce alla manifestazione un aspetto particolare:
Il Carnevale Trecchinese
Carnevale è sempre stato il tempo della trasgressione,
non solo delle
regole comportamentali in campo sessuale, ma anche in quelle solitamente
rispezzate in campo politico. Carnevale era il tempo della contestazione,
della denunzia sociale e della satira politica, il tempo in cui
affioravano tutte la tensioni della società rurale troppo allungo
represse. Un tempo molto più violente e satiriche, tali manifestazioni
sono andate però col tempo sempre più scemando, un po’ forse perché
osteggiate dalle autorità, ma soprattutto perché oggi gli spazi ed i tempi
per la denuncia si sono decisamente moltiplicati rispetto al
passato. Qui e là sono ancora rimasti i segni, seppur molto sbiaditi e
attenuati, del Carnevale trasgressivo di una volta.
A Trecchina come in tutto il Lagonegrese ancora oggi un posto privilegiato occupa per tutto il tempo di Carnevale la figura del "Cantacronze", dell'esecutore cioè di quei canti, detti appunto "cronze".
Il "Cantacronze"

Il "Cantacronze" è un pastore vestito con giacca di pelle di agnello con pelliccia rovesciata all'esterno, il cappellaccio e, ai piedi," 'e zampitti", cioè scarpe costituite da una base di cuoio che difende la sola pianta del piede e da corregge che si legano intrecciate alla gambe. Egli ha, inoltre, un aspetto faunesco, anche nel suo modo di muoversi, di sogghignare divertito per quello che si appresta a dire. Accompagna il suo canto con il "cupe-cupe". Il Cantacronze inizia il suo canto con la quartina di saluto identica ogni anno che si rifà ai vecchi canti di questua carnascialeschi, in distici in rima baciata. E' un saluto, un po’ servile e un po' canzonatorio, di introduzione a quello che sta per dire. Un saluto ai muri, agli abitanti del "palazzo", addirittura ai cuscini ed ai materassi ove "si riposa la vostra gentilezza"! Un ossequio tra l'untuoso e l'ironico che ricorda i canti dei menestrelli medievali. Seguono poi le "cronze" vere e proprie. Con quartine in vernacolo, variamente rimate, si comincia a fare il nome, cognome e soprannome dei personaggi presi di mira, con una specie di dialogo con il "cupe-cupe", a volte invitato a parlare proprio dal pastore.
Ecco una versione del 1970, il Cantacronze ne canta quattro:
" A l'Avvocato secco como n'ascica
che sfoggio chiù non fa de la ventrescica;
a l'Arceprete che va come nò viento
e co a machena iè nò vero sfollagente;
e lo Dottore presente a tutte l'ore
che cò la spaziale 's'ha fatto le denare;
a Michele Alario e a Peppe a Salenara
che firme solo mettenno sempre "nzinafine";
a don Peppe "o Capo che cò gran passione
da matina a sera nè fa contravenzione!
A Pietro lo Sattore che sta sempre aperto;
o' Collocatore che sta sempre chiuso... ecc. ecc."
Lo strumento, in definitiva, diventa il "cattivo" che definisce in maniera salace e sferzante le notizie che il pastore ha appuntato. E così partono le varie sferzate al sindaco, ai consiglieri, a quelli di minoranza, ai transfughi di partito, ai panettieri, ai bottegai, ai baristi, ai pubblici concorsi espletati in periodo preelettorale... e chi più ne ha ne metta.
E' importante rilevare come gli organizzatori, che periodicamente si alternano, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, ironizzano e dununziano il personaggio in quanto tale, evitando i personalismi ed i fatti privati ed intimi del cittadino preso a bersaglio. Questo particolare, da non sottovalutare, mantiene viva la tensione del pubblico e fa si che lo spettacolo non trasmodi lasciando addirittura contenti forse anche coloro che sono stati oggetto della satira perché, in fondo, a voler conservare certa celebrità nel proprio paese, non disdice che si parli del personaggio, comunque.
Il "cupe-cupe"
Questo strumento, di facile realizzazione e utilizzazione, presente in tutte la regioni del mezzogiorno, è un altro simbolo di carnevale e, usato da questo pastore-fauno, ha più chiari riferimenti trasgressivi per la sua gestualità. E' costituito da una membrana di pelle o da una vescica di maiale o anche da una tela, legata sull'apertura, in genere sempre piuttosto larga, di un recipiente di coccio, di legno a doghe o di un unico blocco, o anche di lamiera; al centro della membrana è legata l'estremità di una canna resa tutta cava. Il suono è ottenuto dallo strofinio prodotto dalla mano bagnata sulla canna; questa è lunga dai venti ai sessanta centimetri e con un diametro variabile dal mezzo centimetro ad oltre due centimetri; il suono cupo e profondo è più o meno grave in rapporto anche alle dimensioni e al materiale. Una leggera variazione di suono, inoltre, si ottiene variando il modo di sfregare la canna, o stringendola solo con l'indice e il pollice o con l'intero palmo della mano chiusa a pugno.
La storia del Carnevale Trecchinese
Il Carnevale trecchinese risale a fine dell'800 inizi '900. Fu nel
1896, infatti, che un'allegra comitiva mascherata, impersonando il
Capodanno e i dodici mesi dell'anno, recitando dei versi in italiano
scritti dal farmacista di allora Dottor Nicolangelo Marotta, sfilava per
le vie del paese. Mentre il Pulcinella, recitando in vernacolo, passava in
carica fatti e uomini esistenti nel Comune. Soltanto nel 1929 si ha
notizia di un Carnevale festeggiato con la partecipazione di persone
provenienti anche da Sapri. Dopo la seconda guerra mondiale gruppi di
maschere sfilarono per le vie del paese recitando poesie e organizzando
piccoli spettacoli. Fu nel 1968 che il Signor Michelino Larocca Conte, in
occasione di un incontro con alcuni amici: Michele Chiappetta, Pasquale
Palazzo, Federico Ruggiero, Gerardino Larocca, Franco Tortorella, Biaggio
Orrico, Franceschino Esposito, Biagio Dattoli, Giuseppe Nicodemo, Antonio
Marino, i componenti dell'orchestra "Policano": Rosario Carlomagno,
Emilio Larocca Conte, Gino Ielpo di Carmine, Giuseppe Orrico, Aldo
Carlomagno, Egidio Carlomagno, Giacomino Larocca, Gianni Larocca
; decise
di voler far rivivere, magari in altra veste, il bellissimo Carnevale
trecchinese del 1929 del quale molti avevano sentito parlare. Furono
entusiasti e d'accordo all'idea, cosi, velocemente, fu allestito il "1°
Carnevale Trecchinese" che partì da Maurino (contrada di
Trecchina) e sfilò per le vie del paese il martedì del 27 febbraio
1968 e rappresentava una sfilata di Matrimonio Civile capeggiata
dal Sindaco. Il Signor Michelino scrisse il discorso che il Sindaco doveva
sostenere e quel discorso divenne centro dell'intera mascherata. Il
Carnevale venne allestito su un camioncino allietato dalla musica di
Saruccio Carlomagno ed Emilio Larocca insieme
con le maschere il Sindaco declamava il suo discorso. A dimostrare
gradimento per l'iniziativa furono i residenti nelle varie zone del paese:
improvvisarono fuochi e offrirono regali.
Il secondo Carnevale trecchinese fu organizzato in modo migliore perché
l'entusiasmo contagiò altri amici e aumentò così la forza lavoro e si poté
costruire il "Pollo", altro non era che il ricordo di quando i primi
uomini con "Apollo 11" posero piede sulla Luna.
Nel terzo carnevale
vennero raffigurati i personaggi e le bestie, il Cantacronze era
impersonato dal Signor Biagio Orrico. Nel 1971 il 4° Carnevale "La Rai a
Trecchina" inchiesta sul paese scaturita dal sondaggio "Staticat"; fu
allestito il carro più grande sul camion di Amedeo Pesce rappresentante un
enorme drago, un altro carro raffigurava personaggi del Circolo Culturale
costituitosi in Piazza del Popolo in quell'anno. Si arriva al 7° Carnevale
anno 1974, è il tempo dell'"austerity" e la mancanza di petrolio
suggerisce la costruzione di un grande mappamondo con quattro marajà che
lo fanno girare. Questo è l'anno in cui ci si reca a Nemoli per
festeggiare con gli amici di quel paese il nostro Carnevale. Nel 1975, a
causa di lutti che colpirono le famiglie degli organizzatori, mancanza di
spazi, emigrazione di qualche componente, il Carnevale Stava per morire.
Ma "l'anima del Carnevale Trecchinese che no vuol morire" fece scuotere
l'orgoglio dei ragazzi così da continuare la tradizione e tanti carnevali
si sono susseguiti.